Somnium estate 2024: l’amicizia nella Scrittura, nella storia, nella chiesa

Somnium vacanza studio, Palermo dal 15 al 20 luglio 2024

Persuasi che sia possibile mantenere e coltivare un sogno veramente evangelico per la propria vita, sognatori e sognatrici di diverse chiese italiane hanno speso una settimana di luglio nella solare e storica città di Palermo nell’ambito della vacanza studio Somnium. Grazie all’insostituibile lavoro di Silvia Nappo, Serena Di Mento e Antonino Memme e alla benedizione di Dio che, ancora una volta, ha anticipato il suo popolo nel cammino per esso tracciato, tra studi, salotti letterari, mare, street food di estrema qualità e grasse risate, credenti da Milano, Chieti, Ferrara, Padova, Vicenza e Palermo hanno potuto mettere alla prova il loro modo di essere amici.

Il pastore Pietro Bolognesi ha presentato un’impegnativa serie di studi sull’inedito tema dell’amicizia. Tanto noto quanto sconosciuto, l’argomento ha subito attratto l’attenzione e i cuori dei presenti e può essere riassunto con tre importanti domande.

1. Sono mai stato veramente amico di qualcuno?

Partendo dal testo di Giovanni 15,13-15, l’oratore ha subito individuato nel verbo “dare” il baricentro dell’amicizia. Molte relazioni sono legate all’angoscia del ricevere o della gratificazione personale, mentre il verbo “dare” aiuta a vedere che c’è una pienezza libera nella persona. Una persona veramente libera è una persona che può dare: non ha ansia di apparire, non ha ansia da prestazione, non ha ansia per realizzare qualcosa, ma vive una libertà, una serenità che le può permettere di dare. L’altro non è qualcuno che meramente esiste, né un mezzo per rispondere alle mie angosce, né un rivale. L’altro è meritevole d’interesse, qualunque sia il beneficio che ne posso trarre. Il Signore avrebbe potuto salvare in molti modi, ma ha scelto di darsi. In questa scelta ha indicato una pista per relazioni vere.

La domanda, sorta spontanea tra i partecipanti sin dal primo dei salotti letterari, arrabattati in quattro e quattr’otto con un paio birre, ha riguardato esattamente questa libertà, o liberalità. Che cosa anima il mio pormi verso chi considero amico? Il Signore Gesù non poteva in alcun modo aspettarsi di ricevere qualcosa, non avendo i peccatori proprio niente da offrire, eppure si è dato e si è dato completamente: “lì amò fino alla fine” (Giovanni 13,1). Ed è solo nella consapevolezza di essere stati amati, come il Padre aveva amato il Figlio, che c’è la possibilità di darsi pienamente.

Se già questo primo aspetto ha rappresentato un “colpo”, per così dire, alla comune comprensione che in molti avevano dell’amicizia, un altro aspetto è andato ancor più in là, segnando in maniera indelebile il perimetro dell’amicizia: l'obbedienza a Cristo. “Voi siete miei amici se fate le cose che io vi comando”. La verità con cui i partecipanti si sono dovuti scontrare è che non esistono relazioni neutrali, nemmeno l’amicizia. Tutti ubbidiscono a qualcuno o a qualcosa, tutti interpretano la realtà secondo una data visione del mondo, consapevolmente oppure no. Gli amici hanno una somiglianza spirituale che deriva da questa dipendenza comune: la focalizzazione su Cristo e sul suo regno, tale da alimentare questa autentica convergenza. Appare piuttosto impossibile immaginare una vera coesione tra persone che non hanno la medesima attenzione, la medesima ubbidienza. Questa convergenza non si pone alla fine di un lungo percorso di concessioni reciproche, ma vi è quasi istantaneamente per aver attinto dai medesimi pozzi, per essersi appassionati delle medesime verità, per aver vissuto un servizio con i medesimi obiettivi. In questo senso, gli amici non hanno bisogno di parlarsi tanto perché l’amicizia non deriva da concessioni reciproche, ma nasce da una comune tensione spirituale.

Questo punto ha rappresentato per tutti un vero spartiacque che ha portato a rivalutare l’uso che si fa del termine “amico”. Ci può essere un darsi autentico, ci può essere un affetto profondo, si possono aver vissuto esperienze importanti insieme, ma la domanda: “A chi ubbidisci?” o trova la stessa risposta, o pone un limite che non impedisce la relazione ma aiuta a discernerla.

 2. Che senso hanno le mie amicizie?

Una seconda domanda riguarda il senso o lo scopo delle amicizie. Dagli studi è emerso che l’amicizia, scritturalmente intesa, non è mai fine a sé stessa ma va intesa come servizio. C’è un impegno per il Regno di Dio e per la chiesa in cui si è inseriti che può essere profuso tramite l’amicizia. In questo senso, essa non esiste semplicemente per passare il tempo o per fare due chiacchiere né è semplicemente un darsi all’altro, sebbene questo sia stato il primo punto affrontato. L’amicizia può calarsi in un orizzonte molto più ampio che riguarda il servizio a Dio.

Sotto questo profilo, d’incredibile profondità è stato l’esempio di Calvino, di Viret e di Farel, il c.d. treppiede della Riforma, riferimenti emersi considerando l’amicizia nella storia. Questi uomini, di cui l’oratore ha letto alcuni stralci di alcune lettere, hanno condiviso un’amicizia intima e profondissima. Leggendo Calvino è sembrato di leggere un autore del Romanticismo tanto era l’affetto che provava per questi suoi fratelli. Ad esempio, nel commentario a Tito, che dedica a loro, scrivendo nella prefazione, dopo l’accento formale circa il senso del commentario, afferma: “non credo ci siano mai stati amici che abbiano vissuto insieme in una tale profonda amicizia nel loro quotidiano stile di vita come noi nel nostro ministerio”.

Le citazioni si potrebbero moltiplicare di molto, ma quel che è rimasto nei partecipanti, e che alcuni di loro hanno potuto mettere letteralmente in scena sfruttando la piccola sala teatrale all’interno della struttura dove erano alloggiati, è stato proprio un profondo senso di vocazione. C’è qualcuno di cui sono stato chiamato ad essere amico? In che modo questa amicizia è spesa per l’estensione del Regno di Dio e per l’edificazione della sua chiesa? Proprio qui si colloca la terza ed ultima domanda.

 3. Ho amici nella mia chiesa?

Una delle constatazioni che l’oratore ha fatto ha riguardato la triste realtà delle amicizie nelle chiese: non sembrano essercene tante, almeno non secondo questi criteri. Molto spesso si spendono un sacco di parole prima e dopo gli incontri, spesso si rivolgono e si ricevono inviti a pranzo, ma quanto c’è nell’uso di questo tempo del senso di una vera amicizia? Se il darsi all’altro liberamente dipende dall’aver attinto ai medesimi pozzi, ci si può chiedere quanto conta l’ascolto della Parola di Dio insieme. Se essere amici significa ubbidire allo stesso Signore, quando un amico ci fa notare che alcuni nostri atteggiamenti dicono una diversa ubbidienza, come reagiamo? Se l’amicizia è servizio, in che modo le relazioni con i membri della nostra chiesa servono la chiesa? Che progetti abbiamo per le nostre amicizie? Riusciamo a collegarle al piano di Dio che si compie nella Storia e nella nostra storia, o sono dei meri accidenti nel procedere della vita?

Concludendo, si riporta il testo del canto elaborato dal gruppo dei partecipanti che non ha svolto la recita, un canto prezioso che mette insieme molti degli aspetti considerati e che, perché no, potrebbe essere inserito negli innari delle chiese.

L’AMICIZIA È UN DONO TUO, SIGNORE


Rit. L’amicizia è un dono tuo Signore,
non meritavamo tanto amore:
Tu hai scelto di dar la tua vita
e ora siamo amici tuoi.

1. Far le cose che Tu ci comandi
è sperimentare il vero amore.
Mossi da stessa passione
e somiglianza spirituale
per il tuo progetto ambizioso!

Rit.

2. Porta avanti in noi il tuo disegno
per una redenta comunione
perché gli altri possano dire
“guarda come l’amava”
e glorificare il nome tuo!

Rit.

3. Tu dici “l’amico ama in ogni tempo”,
siam legati nell’animo con gli amici tuoi.
Rendimi quell’amico concreto e pacato
e ch’esorti a considerare te.

Rit.

Coda (x2): “L’amico ama in ogni tempo
è un fratello nella sventura”

Rit.

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