Ascoltare il Dio della Parola: a margine del Laboratorio della predicazione 2024
La fedeltà e la provvidenza di Dio hanno permesso anche quest’anno lo svolgimento del Laboratorio della predicazione (11-13 luglio 2024). Tra le diverse chiese che hanno incoraggiato degli uomini per formarsi nell’ambito della predicazione, la nostra chiesa ne ha contati cinque.
Tanti i temi trattati, ma come sempre accade e come sempre gli studenti stessi realizzano, il laboratorio non ha ad oggetto tecniche di predicazione o trucchi retorici ma la spiritualità del predicatore. Chi è il predicatore? Dove si colloca il predicatore? Queste, in sintesi, le domande con cui i nostri partecipanti si sono dovuti confrontare.
1. Chi è il predicatore?
Il nostro pastore ha dedicato due momenti, di cui uno condiviso con la chiesa, sul tema: “Calvino predicatore”. Numerosissimi e assai profondi gli spunti tratti dal predicatore e riformatore ginevrino che, pur a distanza di cinque secoli, continua ad avere importanti lezioni per chi ha la responsabilità di predicare: anzitutto quella di ascoltare. “Il predicatore è la predicazione”. Questa una delle frasi più incisive emerse dalle due serate, un invito molto chiaro circa la necessità che il predicatore viva una vita coerente con ciò che predica. Non si tratta di uno sforzo incaponito né di una sterile auto-imposizione, quanto piuttosto di un cuore umile che prima di predicare la Parola di Dio ha ascoltato il Dio della Parola.
I nostri partecipanti hanno dunque trovato una chiara indicazione circa l’autorità con cui predicano: essa non deriva dal fatto di avere un ruolo, ma dall’essersi sottomessi alla somma autorità: la Scrittura. Solo quando Dio ha predicato loro il testo, allora possono predicarlo ad altri, ed è proprio per questo motivo che, per rispondere alla prima domanda, il predicatore è, anzitutto, qualcuno che ha ascoltato e ubbidito più di altri.
Tuttavia, questo ascolto e questa ubbidienza non sono fondati su di un'intuizione né possono essere improvvisati: il predicatore è anche qualcuno che ha studiato seriamente il testo. Si diceva durante la sessione: “Calvino era fortemente persuaso che tramite la predicazione, Dio scendesse in mezzo al suo popolo. Per questo sarebbe assurdo pensare di predicare senza prepararmi, come se magicamente Dio parlasse al momento della salita sul pulpito”. La predicazione come Dio che parla al Suo popolo, questa è la prospettiva davanti alla quale i nostri partecipanti sono stati posti.
Un secondo aspetto riguardo alla figura del predicatore è che questi, avendo ascoltato il Dio della Parola, è come se fosse stato davanti a Lui. Quando si sta davanti a Dio si scopre qualcosa del senso della sua maestà, la stessa che dovrà innervare la predicazione. Calvino diceva: “La Parola di Dio non è distinta dalla parola dei profeti. Il ministro e la Parola non devono essere separati, ma uniti. Si deve dunque ricevere la predicazione come proveniente dalla maestà di Dio medesimo”. Questo è stato uno degli aspetti più dirompenti e sfidanti per i nostri partecipanti. Come predicare la maestà di Dio? Chi può sentirsi adatto ad un tale compito? Queste domande rimandano al senso della vocazione ricevuta o ancora da scoprire, senza la quale questo compito non sembra potersi svolgere.
Quanto fin qui detto ha un presupposto fondamentale che costituisce un ultimo punto per rispondere a questa prima domanda: il predicatore è qualcuno che conosce la dipendenza dallo Spirito di Dio: “La vera intelligenza del nostro spirito…” diceva Calvino “...dipende da una illuminazione dello Spirito di Dio. Per conoscere il nostro Dio non basta essere intelligenti, perché solo Dio lo può far conoscere per mezzo dello Spirito”. La dipendenza dallo Spirito Santo non è necessaria solamente per comprendere il testo, ma anche per predicarlo opportunamente, in quanto insegna al “predicatore a trattenere la sua lingua affinché parli solo di ciò che Dio ha impresso nel suo cuore”. Questi ultimi spunti hanno nuovamente segnato un affondo nel cuore dei nostri partecipanti che si sono dovuti nuovamente riconoscere bisognosi della guida dello Spirito Santo per assolvere al compito della predicazione (Atti 17,25; 1Corinzi 8,2; 2Corinzi 3,5).
2. Dove si colloca il predicatore?
Le sessioni di Leonardo De Chirico e Clay Kannard sono state incentrate su di un altro predicatore, questa volta moderno, ossia Timothy Keller e, in particolare, hanno preso numerosi spunti da un suo libro: Preaching: communicating faith in an age of skepticism.
La riflessione di Keller è stata particolarmente utile per considerare i contesti in cui il predicatore si colloca: quello ecclesiale e quello del mondo.
Anzitutto, dalle relazioni è emerso come i due ambiti sono fra loro connessi: sebbene la Chiesa sia preservata da Cristo stesso, i credenti sono tutti i giorni esposti a diversi e strani insegnamenti (Ebrei 13,9) rispetto a quelli del Buon pastore.
I nostri partecipanti sono stati esortati da Keller ad essere consapevoli di questo e a tenerne conto quando predicano, in primo luogo, scegliendo un criterio biblico per approcciarsi alla cultura: non solo in modo oppositivo, non di certo in modo accondiscendente, ma in modo evangelico, ossia trasformando la cultura tramite la Parola di Cristo. Il punto di contatto con la cultura non è epistemologico (i presupposti della conoscenza), ma è antropologico (siamo tutti creature di Dio a sua immagine).
Keller mette in luce alcuni aspetti della cultura americana, contesto in cui ha prestato il suo servizio, al fine di aiutare il predicatore a rendersi conto concretamente di quale sia la cultura in cui il messaggio del vangelo viene predicato. Il prof. De Chirico ha suggerito un’analisi simile per quanto concerne la cultura italiana e sono emersi essenzialmente tre assi portanti:
(1) l’Umanesimo, nel senso che l’uomo viene visto come misura e centro di tutte le cose, qualcuno che è da sé capace di abbracciare la totalità dell’esistenza;
(2) il Cattolicesimo e i suoi assi portanti, il rapporto natura-grazia e il rapporto Cristo-chiesa;
(3) il tema del disincanto-sospetto che consiste in un senso diffuso di cinismo e scetticismo dipendente da una cultura moderna che non ha mai vinto, che non ha mai eccelso.
Aspetti, questi, con cui i nostri partecipanti sono stati invitati a confrontarsi di guisa che la loro predicazione si rivolga correttamente al contesto reale in cui è predicata. Sul punto, tuttavia, un utile ricordo è stato lo studio su “Battismo ed italianità”, del nostro pastore, dalla serie “Cristiani?”, in cui ci sono stati alcuni punti descrittivi dell’identità italiana.
Sul versante ecclesiale, la lezione del prof. Kannard ha sottolineato come tutti questi elementi siano presenti anche nei credenti. Quando ascoltiamo la predicazione non siamo soggetti neutrali perché arriviamo da una settimana vissuta nel mondo, perché arriviamo con pensieri e desideri idolatrici, perché arriviamo con bisogni diversi e mai decontestualizzati. I nostri partecipanti sono stati esortati da Keller a collegare il messaggio della Scrittura con il nostro contesto di ascoltatori. Ma non solo, sono stati anche esortati a rivolgersi al sottotesto, ossia al loro stesso cuore che, dunque, deve mettersi in gioco non essendo avulso dalle medesime dinamiche di quello degli ascoltatori.
In questo senso, il predicatore deve predicare in modo affettivo (appassionato): “dev’essere chiaro che il tuo cuore è stato raggiunto dalla verità del testo”. L’esposizione del testo biblico non può apparire chirurgica o asettica, il predicatore non è terzo rispetto alla predicazione, non è un mero espositore che mantiene neutralità rispetto a quanto dice. La comunicazione deve essere da cuore a cuore, non da conoscenza o tecnica o nozioni a cuore.
Da questa nota conclusiva emerge come la prospettiva di Keller si fondi con quella di Calvino: il predicatore ha ricevuto qualcosa dal Dio della Parola, per questo può trasmetterla ad altri. Una grande sfida, sia per i predicatori sia per coloro che nella chiesa non hanno la responsabilità della predicazione. Infatti, se è vero, come diceva Calvino, che quando si predica è come se Dio stesso scendesse in mezzo al suo popolo, e se è vero, come ha ricordato Keller, che siamo esposti costantemente a molti catechismi contrari o distanti dalla Scrittura, allora la predicazione rimane una responsabilità di tutta la chiesa: tutti sono chiamati ad ascoltare, tutti sono chiamati ad ubbidire, tutti sono chiamati ad incarnare nella loro vita la maestà di Cristo che del Regno di Dio è il Re.