Dalla Riforma al presente: il lascito di Lutero e la modernità

Conferenza Dalla Riforma al presente: il lascito di Lutero e la modernità

Conferenza “Dalla Riforma al presente: il lascito di Lutero e la modernità”, Cornuda (BL), 31 ottobre 2024

Giovedì 31 ottobre 2024 il pastore Pietro Bolognesi ha tenuto, presso i locali della Chiesa evangelica di Cornuda (BL), una conferenza su quanto accadde 507 anni fa, il 31 ottobre 1517, quando Martin Lutero affisse le 95 tesi alla porta della Cattedrale di Wittemberg dando inizio a quella che fu la Riforma protestante.

Si è trattato d’un’occasione assai preziosa per sottolineare una volta di più il profilo storico della fede cristiana. Essa non è semplicemente un aspetto della vita personale, ma è anche la presa di coscienza che il Dio rivelatosi nella Scrittura si è rivelato nella Storia, trasformando le storie di uomini e donne in ogni parte del mondo ed in ogni epoca. L’intervento del professore ha riguardato tre aspetti fondamentali.

1. Abbiamo un punto di partenza

La Riforma è anzitutto la riscoperta di un libro: la Scrittura. Lutero diceva: “l’anima può fare a meno di ogni cosa, fuorché della Parola di Dio, e senza la Parola di Dio nessuna cosa le giova. Ma quando ha la Parola di Dio non ha bisogno di alcuna altra cosa […]”. L’autorità della Scrittura è l’anima della visione di Lutero per quanto concerne il suo rapporto con la Bibbia. Finalmente, rispetto ai rigagnoli dell’esperienza religiosa quotidiana, si ha la possibilità di andare alle fonti, di tornare alla sola Scrittura.

Conseguentemente, la Bibbia comincia ad essere tradotta nella lingua volgare affinché tutti possano leggerla senza mediazioni e l’uomo, anche quello comune, può riscoprire la sua responsabilità: la sua coscienza posta davanti a Dio stesso. In altre parole, la Scrittura diventa il punto di partenza, quello fondante e vivo, che alimenta non solo il lavorio accademico ma che travaglia e mette in moto un ripensamento globale dell’esistenza. La Bibbia viene intesa come autorità chiara, da interpretarsi da sé stessa. Essa non abbisogna di un'autorità esterna, che sia il magistero o uno studioso del momento, perché è capace di parlare da sé.

Oggi, a 507 anni di distanza, la Scrittura rimane questo punto di partenza. Il Dio totalmente altro, concepito nella sua straordinaria maestà, è il Dio che ci è vicino, ci parla, si rivolge a noi. Di qui, l’energia, la scaturigine che la Parola avrebbe avuto nella vita di Lutero e di tutti coloro che avrebbero ritrovato nella Parola di Dio una nuova relazione con Dio stesso.

2. Chiariamo il senso di Riforma

Bolognesi ha poi proseguito sottolineando l’importanza di comprendere in modo corretto il senso del termine “riforma”. Esso, infatti, non può essere considerato in modo univoco e neutrale, ma occorre distinguere il senso che assume da un punto di vista cattolico rispetto ad uno protestante.

C’erano state durante il medioevo numerosi tentativi di riformare la chiesa da un punto di vista morale: le riforme monastiche (benedettina, francescana, cistercense, ecc…), le riforme dei papi (Gregorio VII, Innocenzo III, Alessandro VI) e anche alcuni concili come quello di Costanza del 1417. Un insieme di movimenti, personaggi, speranze che si muovevano all’interno di questa visione: la chiesa deve essere rinnovata, ma deve trattarsi di un rinnovo non troppo traumatico, di carattere morale ed assolutamente lungi dal mettere in discussione la struttura portante della realtà ecclesiale.

Se questa è la comprensione cattolica del termine “riforma”, la concezione del protestantismo risulta radicalmente diversa. Il fondamentale bisogno di riforma, secondo Lutero, deriva dalla primaria caratteristica dell’uomo: l’assenza del timore di Dio. Per questo motivo, egli era molto scettico, addirittura ironico, sull’idea che gli uomini avrebbero potuto riformare la chiesa: “ho quasi del tutto abbandonato la speranza di vedere una generale riforma della chiesa”, afferma in uno scritto del 1519. Se, da un lato, tutti avvertono il bisogno di una riforma, per Lutero essa “non può essere compiuta da un solo uomo, come il pontefice, o da molti uomini, come i cardinali […] ha bisogno di tutto il mondo, anzi, di Dio soltanto.

Tra le due comprensioni, dunque, emerge chiaramente che la differenza sta nell’attore della riforma medesima: da un lato l’uomo, dall’altro Dio. Per questo, dice Bolognesi, “la riforma è Dio che riprende possesso del suo mondo”. La reformatio è una risposta ad una deformatio dall’estensione totale nella vita dell’uomo. Non si tratta, insomma, di un piccolo correttivo marginale, ma di una rivisitazione completa. Lutero lo affermava così: “Il nostro caro Signore Gesù Cristo ha cominciato questo affare che è suo e lo ha fatto senza il mio parere e senza che io l’abbia saputo. Nessuna spada può raccomandare o aiutare questa causa, Dio solo può farlo, senza nessuna preoccupazione o intervento umano”.

La Riforma, dunque, è stata questa nuova concezione di Dio nel suo totale monoteismo, Egli agisce nella sua totale sovranità. Ci furono indubbiamente fenomeni politici e culturali che hanno agevolato la Riforma (come l’invenzione della stampa), ma capiamo che per Lutero la Riforma fu proprio Dio che riprende possesso del suo mondo. Afferma Bolognesi: “La grandezza dell’idea di Riforma è tutta nella modestia degli uomini. Non sono loro a tracciare le linee del cambiamento o ad offrire strategie particolari. Sono solo dei servi e il servitore non ha altra ambizione che rispondere alla grandezza del proprio maestro”.

3. Abbiamo un lascito

Chiarito che la Riforma è partita dalla riscoperta dell’autorità della Parola di Dio rispetto ad ogni altra autorità (religiosa o secolare) e precisato che essa non è l’impegno umano verso Dio, ma l’impegno di Dio verso l’uomo, cosa rimane dopo mezzo millennio di questo movimento epocale? Almeno dieci aspetti, ripercorsi rapidamente da Bolognesi, che hanno fondato la comprensione occidentale della realtà.

Anzitutto, (1) abbiamo un’autorità. La Scrittura può avere per i credenti di oggi, come per quelli di ieri, lo stesso valore che ebbe per Lutero e per molti altri nella storia: la regola unica, finale ed infallibile per il pensiero e la condotta. Da tale comprensione dell’autorità discende la possibilità per (2) una vera libertà spirituale. Con la Riforma, la coscienza diventa un paradigma e si vuole salvaguardare la sua autonomia; autonomia che si esprime, anzitutto, nella (3) libertà religiosa. Essa consiste nel comprendere Dio senza necessariamente legarlo alla chiesa cattolica. Non solo, ma la libertà di coscienza si esprime anche nella (4) libertà di ricerca: la Riforma rafforza la sottolineatura dell’umanismo: ad fontes e, una volta tornati alla Scrittura, ci si accorge che il mondo intero è il teatro della gloria di Dio e dunque, con estremo entusiasmo, esso viene studiato senza dogmi. Ecco che (5) l’istruzione si diffonde, diventa pubblica e la persona, come anche la famiglia, divengono realtà caratterizzate da (6-7) una vera dignità intrinseca. Se infatti non esiste la distinzione tra sacerdoti e fedeli in quanto tutti i credenti sono sacerdoti, nel senso che tutti offrono personalmente il proprio culto a Dio (c.d. sacerdozio universale dei credenti), allora tutti devono saper leggere per studiare la Scrittura e tutti, conseguentemente, godono della medesima dignità.

(8) La dignità del lavoro secolare è, poi, un altro aspetto di questo importante lascito. Esso assume tutte le caratteristiche della vocazione, anche se sganciato dall’ambiente ecclesiale.

Anche la (9) democrazia rientra in questo elenco, dato che il governo della chiesa non è più monocratico ma collegiale: è la comunità credente che ragiona insieme.

Da ultimo, è (10) la legge a cambiare il proprio valore: i dieci comandamenti non sono più solo i valori per la vita personale, ma anche per la vita civile e sociale.

Volendo sintetizzare andando al centro della questione, dice Bolognesi, la Riforma era in fondo preoccupata di trovare l’assenso di Dio. Quando Dio nella sua Parola dice certe cose, possiamo credere che esse siano per il nostro bene, per la sua gloria, per un vero cambiamento. Ed è proprio la nostra idea di Dio a necessitare di una riforma: finché essa rimane modesta, marginale, imbrigliata nelle mere dinamiche personali o domenicali della vita, nessuna riforma sarà mai possibile.

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